Don Giovanni Montali – Invito alla mostra

Pubblicato giorno 9 gennaio 2020 - In home page

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Dalle radici ai frutti

Ieri sera, 8 gennaio 2020, presso la Biblioteca A. Baldini di Santarcangelo, è stata inaugurata la mostra in ricordo di don Giovanni Montali (1881-1959), nato a Canonica di Santarcangelo e, da quando è stato ordinato prete, vissuto sempre a Riccione, presso la parrocchia di san Lorenzo in Strada. Noi conosciamo le radici che affondano nella nostra terra; la mostra ci aiuta a gustare anche i frutti della vita di questo straordinario testimone del Vangelo e dell’impegno civile e sociale.
Don Davide Arcangeli, vicario parrocchiale a san Lorenzo di Riccione e docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, ci ha presentato il profilo di don Giovanni Montali per introdurci alla mostra. Riportiamo il testo dell’incontro perché lo abbiamo vissuto come un momento prezioso e degno di essere condiviso
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Nel link che trovate di seguito, la registrazione dell’incontro
https://tecnodon.blog/2020/01/09/don-giovanni-montali-invito-alla-mostra/

Don Giovanni Montali è un prete della diocesi di Rimini, che ha saputo mettere a frutto del suo zelo pastorale tutte le migliori energie, teologiche, culturali e sociali del suo tempo e per questo fu profeta di ricostruzione morale e civile per il nostro territorio.

Tutto questo lo ha fatto per il Vangelo, ossia nell’impulso missionario che il Vangelo giungesse nelle “periferie” del suo tempo, in particolare in quella classe operaia e contadina che, tra le due guerre e in particolare prima del ventennio, era divisa tra tentazioni nazionaliste e comuniste.  Lo esprime molto bene lo stesso Montali, in una frase che sintetizza il suo sogno da giovane seminarista e prete, educato all’azione sociale da sacerdoti murriani come don Girolamo Mauri e don Pietro Polazzi, e dalla ardente lettura della Rerum Novarum di Leone XIII: “Sognavamo di mantenere nella Chiesa le masse coloniche e operaie senza che queste dovessero passare, per ottenere le loro rivendicazioni, attraverso le forche caudine del materialismo, lasciandovi brandelli delle loro anime, se non tutta la loro anima.
La critica non è rivolta tanto all’aspirazione egualitaria e alla giustizia sociale che il movimento comunista esprimeva, quanto piuttosto all’antropologia materialistica e alla teoria della rivoluzione, come si può ben notare dai suoi appunti sul comunismo, a commento del magistero di Pio XI. Don Montali sognava una Chiesa in grado di parlare alla gente, ad operai e contadini, ai più poveri, uscendo dalle sagrestie e dai liturgismi, e vincendo la tentazione di allearsi con il potente di turno: una Chiesa che avrebbe attuato il “Vangelo sociale” ossia una società in cui libertà e giustizia potessero convivere attraverso la conversione delle coscienze e la trasformazione delle strutture di ingiustizia e di sopraffazione economica.

Non si trattava solo di una teoria, astratta e lontana dalla realtà, ma di un preciso programma pastorale, teorico-pratico, che don Montali da un lato sviluppò attraverso il commento e la divulgazione della dottrina sociale della Chiesa e dall’altro attuò con sapienza nella pastorale concreta, divenuto prima vicario (1908) e poi 5 anni dopo, parroco della Chiesa plebale di San Lorenzo in Strada di Riccione (1912).
Aveva ereditato una parrocchia con un tessuto prevalentemente contadino ed operaio, caratterizzato da una notevole povertà, a causa della crisi agraria.  Nella parrocchia abitavano 305 famiglie, per un totale di 1967 persone, con un’alta emigrazione giovanile e un’altissima percentuale di analfabeti. Quest’ultimo aspetto, secondo don Montali, rendeva poco proficua la catechesi. Anche da tale considerazione nasce l’esigenza di un apostolato prevalentemente sociale ed educativo. Fa nascere ben presto un oratorio per i ragazzi e una scuola serale per chi non aveva potuto frequentare le scuole elementari. Si impegna ad aiutare ogni famiglia a far studiare i propri figli. Fonda una cassa rurale e una cooperativa di consumo. Contribuisce ad istituire una scuola media nel neonato comune di Riccione. Si impegna a fondo nella ricostruzione della Chiesa dopo il terremoto (1917).
Preconizzando il futuro sviluppo turistico della città di Riccione, fa costruire una Chiesa in zona mare, con il nome di Gesù Redentore (comunemente conosciuta come Chiesa dell’Alba) e, dopo la guerra, si impegna presso il ministro delle finanze Andreotti e il presidente Gronchi per ricevere fondi per la ricostruzione della Chiesa (1944-45) e per la limitazione dell’area aeroportuale, impedendo gli espropri di terreno ai contadini poveri della sua parrocchia.

Queste sono solo alcune delle tante iniziative pastorali di Montali, perché ben altro spazio sarebbe necessario per una completa ed esaustiva analisi del suo lavoro pastorale. Tuttavia quanto qui riportato è già sufficiente per avere un’idea dell’ampia portata della sua missione, che scaturiva da convinzioni profonde e radicate nella dottrina sociale.

Contro il dogma marxista per il quale il ribaltamento della struttura economica attraverso la rivoluzione avrebbe portato con sé la trasformazione della sovrastruttura culturale, don Montali era convinto che solo l’impegno culturale e civile, la diffusione dei valori evangelici e la trasformazione delle coscienze poteva contribuire a riplasmare le strutture sociali verso una maggiore giustizia. Per questo motivo don Montali distingueva il comunismo rivoluzionario dell’epoca dai movimenti socialisti riformisti: non c’era bisogno per la Chiesa di battezzare il socialismo, perché il socialismo stesso avrebbe cambiato pelle, abbandonando la lotta di classe, verso una composizione degli interessi tra le classi in vista del bene comune. Tutto questo sarebbe accaduto con il tempo, e sarebbe stato favorito attraverso un’opera di capillare evangelizzazione delle coscienze e sensibilizzazione evangelica della società e della politica.

Come testimoniato dalla suo impegno di divulgazione della Quadragesimo Anno, anche attraverso opere di traduzione di commenti di area francese, il Vangelo doveva penetrare, attraverso la dottrina sociale, nell’azione dei sindacati, per favorire il processo di una sempre più ampia partecipazione dei lavoratori al capitale dell’impresa. Inoltre doveva forgiare l’azione cooperativa, per far sì che sempre più persone potessero rendersi protagonisti del loro lavoro, unendo le forze dal basso. Infine doveva attraversare il movimento dei capitali, con un movimento di sistole e diastole, accentramento e decentramento, che accumulasse i risparmi delle masse operaie e contadine nelle banche di credito cooperativo e li facesse rifluire nei territori per investimenti produttivi e tecnologici. Il tessuto associativo, cooperativo, bancario del “cristianesimo sociale” avrebbe consentito uno sviluppo graduale ed equilibrato.

Contro le dinamiche distorte della globalizzazione dell’epoca, emerse chiaramente con la crisi del ’29, occorrevano questi nuovi paradigmi socio-culturali e anche teologici, per affrontare le sfide dei rapidi cambiamenti in atto e don Montali li sviluppa lasciandosi ispirare dal magistero sociale della Rerum Novarum e della Quadragesimo Anno.

In questo quadro in cui la globalizzazione dei mercati finanziari aveva prodotto speculazioni e la crisi aveva reso evidente l’arretratezza industriale e finanziaria italiana, il fascismo era pronto per una campagna sovranista in grande stile, per attrarre le masse popolari attraverso la sua retorica nazionalista e conquistare a sé le energie migliori del tessuto sociale italiano, del mondo cooperativo, agricolo, artigianale, bancario, prima ancora che della grande industria.

Per il fascismo si trattava anzitutto di “vestire” strumentalmente i panni dell’identità cristiana, cattolica, come di un’arma per penetrare nello spirito dell’Italia rurale e operaia, nella coscienza profonda del popolo, tentandolo con un dominio rassicurante perché conservatore. Molti, tra intellettuali e preti,e anche tra vescovi e cardinali, si compiacquero di questo inatteso e potente aiuto nei confronti della Chiesa e sposarono il regime nascente: il concordato del ’29 fu il primo frutto di questa strategia del “travestimento”.

Don Montali invece non si lasciò mai persuadere dalla tentazione suadente della Chiesa di regime, perché, insieme a tante altre coscienze “avvertite”, fu sempre consapevole che dietro alla maschera “cristiana” si celava un tentativo manipolatorio e illiberale, che strumentalizzava le coscienze, per realizzare pulsioni sovraniste, che nulla avevano di cristiano. Il patriottismo “cristiano” era in realtà nazionalismo da quattro soldi, la difesa dell’identità “cristiana” era difesa di un’identità autocratica, il culto religioso era nient’altro che il culto della personalità del capo.  La maschera sarebbe stata definitivamente gettata dopo il concordato, con la persecuzione e la chiusura dei circoli dell’Azione Cattolica e della FUCI: il regime non accettava l’espressione pubblica e associata della fede cristiana, che vedeva come un pericolo per la propria identità. Il fascismo voleva soltanto conquistare le masse e la forza di espressione sociale del cristianesimo in Italia, presentandosi come omogeneo ai suoi valori, per poi intrappolarlo dentro ad un’identità statuale pagana e contraria alla libertà cristiana.

Tutto questo don Montali lo intuì fin dall’inizio e non a caso la sua predicazione fu sempre intonata ad una ricerca e promozione della “libertà”. Lo afferma lui stesso con queste forti parole: “«Nel 1919/20 sostenni i lavoratori nelle lotte agrarie del Riminese […]. Venuto il fascismo non mi lasciai spostare da esso nemmeno un pollice dal mio programma […]. Nei miei discorsi dal pergamo o dall’altare, il più delle volte vigilati da emissari del fascio, ho parlato spesso della dignità dell’uomo, della libertà che Dio ha concesso all’uomo quale “maggior dono che Dio fesse creando”» (dal Testamento spirituale del 1945).

Le gerarchie fasciste conoscevano e avevano ben compreso la libertà di don Montali e lo avevano messo, per così dire, in “osservazione”. L’ironia con cui in un bigliettino rivolto al capo del fascio locale di Riccione, don Montali riferisce di una battuta sull’olio di ricino, che questa persona avrebbe fatto circolare nei suoi confronti, mostra che la linea di don Montali contro il fascismo fu duplice: inflessibile e durissima sul piano dei valori di fondo e delle idee e al contempo ironica nel rispondere alle provocazioni, senza lasciarsi intrappolare da polemiche sterili.

I rapporti di amicizia che egli stabilì con molti fascisti, che militavano esplicitamente nei ranghi del partito, mostrava la sua capacità e volontà di tenere distinto il piano delle idee da quello del rapporto umano e ciò, tra l’altro, gli valse di aver salva la vita quando, partito l’ordine di cattura ed uccisione, egli ebbe la soffiata proprio da qualcheduno dei suoi “amici” e dunque poté fuggire e salvarsi.

Con l’avvento del fascismo la sua attività si approfondì e divenne una pastorale di natura “sociale”, costruita, oltre che attraverso le già citate opere sociali a Riccione, anche attraverso conferenze, traduzioni di libri e produzioni di articoli. Vi era in lui la profonda consapevolezza che era necessaria una restaurazione delle coscienze di fronte alle grandi ideologie che stavano attraversano il ‘900 e che era necessario porre le basi di una società futura, che sarebbe scaturita dopo i cataclismi che avrebbero portato l’umanità sull’orlo del tracollo.  Una fortissima coscienza profetica portava don Montali a profetizzare la guerra mondiale, commentando il Mein Kampf di Hitler, in una serie di articoli del Diario Cattolico del 1933, nei quali mette in guardia dai nazionalismi che non rispettano i diritti degli altri, né i doveri di carità e di fraterna collaborazione, denuncia il paradosso odioso di un cristianesimo che – come vorrebbe Hitler – «opera una dissociazione mostruosa tra il Cristo vincitore e il Cristo sofferente» (13 febbraio 1933) e mette in guardia dal rischio di una guerra «che condurrebbe su tutto l’universo un cataclisma spaventoso e forse il suicidio della civiltà cristiana» (24 marzo 1933).

Sono due le grandi linee di questa opera di “ricostruzione anticipata” morale e civile, della società italiana, che Montali porta avanti, in una strenua resistenza al regime: la democrazia e la cultura.
Anzitutto il valore della “democrazia” a cui Montali non abdicò mai, nemmeno di fronte alla possibilità, che le gerarchie avevano sperato, di abbracciare e convertire il fascismo come dispotismo cristianamente illuminato. La posizione di Montali sulla democrazia fu molto simile a quella che emergerà, alcuni anni più tardi, nelle posizioni del concilio Vaticano II, secondo il quale la democrazia è la migliore forma di governo, per la salvaguardia e promozione della libertà personale e religiosa.

La testimonianza di Montali emerge oggi in tutta la sua preziosità, in un contesto in cui false democrazia autoritarie, come quella russa o turca, fanno pensare a molti che la diminuzione delle libertà personali non sia un danno così grande, pur di avere uno stato forte e capace di incidere. Ci stiamo avviando ad uno scenario mondiale in cui la prima economia mondiale e, presto, anche la nazione più forte al mondo dal punto di vista politico-militare, la Cina, non è una democrazia. Essa mostra, con la coerenza di lungo respiro dei suoi programmi politico-diplomatici e delle sue strategie di investimento, una maggiore forza rispetto ai frequenti cambi di prospettiva e ideologia delle democrazie occidentali, in particolare di quella americana. È vicino il momento in cui dovremo difendere con forza la conquista della democrazia occidentale, di fronte ad una strategia di controllo dei dati e manipolazione delle informazioni, molto più capillare rispetto ad un tempo, messa in atto dall’intreccio tra poteri globali e regimi autoritari. Certo la democrazia richiede anche una cultura democratica del “popolo”, richiede un civismo, una condivisione profonda di valori comuni che informano le strategie di fondo di un paese e che nessuna maggioranza politica transitoria dovrebbe mettere in discussione.

La cultura fu in effetti il secondo asse di “resistenza” e “ricostruzione” messo in atto da don Montali. L’unica possibilità che la classe intellettuale e dirigente italiana poteva avere per uscire dalle ristrettezze asfissianti dell’ideologia del regime era nutrirsi della migliore cultura europea del tempo. La Chiesa cattolica di Leon Desers, le beatitudini di Luis Decoeurs, gli atti degli Apostoli di padre Paolo Delatte, sono solo alcune delle opere di traduzione di don Montali, che voleva portare in Italia la migliore cultura teologica europea. Nutrire di vera spiritualità il cristiano, far scaturire la morale dalla rivelazione cristologica, far uscire la cultura cattolica italiana dal provincialismo e da una prospettiva devozionistica, segnata dalla centralità del peccato: questi sono alcuni degli obiettivi di queste traduzioni che Montali portò avanti nei tempi lasciati liberi dal suo impegno pastorale. Anche l’esegesi biblica, di stampo storico, fu per Montali un prezioso contributo che la cultura cattolica francese stava dando al mondo. La ricerca storica non poteva rimanere appannaggio del mondo protestante e i contributi di Lagrange, Phils, Delatte ed altri dovevano essere conosciuti anche in Italia, per una fede più matura e consapevole di sé stessa.

Contro il sovranismo autarchico culturale del fascismo, Montali opponeva una cultura “europea”, consapevole delle proprie radici cristiane e attenta non tanto a difenderle sul piano formale quanto a incarnarle nel progresso sociale, culturale e civile dei popoli europei.

Contro la tentazione di una via breve al potere, del culto del capo, di un’identità artificialmente costruita attraverso la macchina del consenso e della comunicazione, che fa della nazione e della religione solo strumenti per la propria affermazione, don Montali ci mostra un’altra via alternativa alla soluzione dei problemi economici, sociali e oggi più che mai ambientali: la via del consenso che si forma attraverso la creazione di reti e comunità in grado di sostenere la conversione personale, la ricerca libera e autentica, la promozione della persona e delle sue profonde potenzialità, umane e spirituali. È un consenso sui valori di fondo, sul dialogo, sul rispetto della persona e della sua libertà, sulla democrazia, che richiede il pluralismo dei percorsi e dei punti di vista ed è in grado favorire una comunione di ordine superiore. È un consenso in cui le democrazie nazionali possono trovare alimento in un quadro di comunione ulteriore e più ampio, di ordine europeo, l’unico in grado di fronteggiare le grandi potenze autoritarie, che determinano oggi gli equilibri geopolitici.

Don Montali ha sempre creduto in questa forma di democrazia a partire da un punto di vista autenticamente evangelico e la sua testimonianza si è spinta fino al martirio personale, con la perdita dei due fratelli, uccisi da emissari fascisti. i tedeschi uccisero i fratelli di Montali, Luigi e Giulia, gettandoli poi nel pozzo del loro podere. Montali non ricercò e non volle conoscere i nomi di coloro che si erano macchiati dell’orribile omicidio o che ne erano stati gli istigatori, sottolineò sempre la necessità di vivere il perdono cristiano anche in queste drammatiche circostanze.

Montali ci ha lasciato un’eredità importante, spirituale, civile e pastorale, che oggi rievochiamo non con spirito di semplice curiosità storica, ma per “rifondare” su queste fondamenta la ricostruzione civile, culturale e politica che ci aspetta.

don Davide Arcangeli

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